Sabato 5 Dicembre 2009

After B. Day

Volevo scrivere una cosa lunga e complessa, ma mi è rimasta nella penna. Meglio gli aforismi, quindi:

Non andrò al “No B. Day” perché ho più paura dell’After B. Day.

Il giorno dopo, quello in cui i dipendenti dell’Alcoa e di Termini Imerese saranno sempre in mezzo ad una strada, l’acqua sarà sempre privata, la carriera di avvocato un miraggio lontano, la giustizia un deserto, i torrenti interrati sotto case abusive, la mafia sarà ingrassata sulle spoglie del ponte, la ricerca un ricordo e i co.co.co. saranno ormai “partite i.v.a” a 4,5€/h.

Ma noi non avremo più argomenti.

P.S. Il fatto che manco il giorno della grande manifestazione “contra personam” riusciamo a nominarlo per esteso e ci tocca scrivere “B.” la dice lunga sia sulla sudditanza psicologica della sinistra che sulla vivacità del veltronismo.

Mercoledì 1 Aprile 2009

Errori di gioventù

Sono giovani, hanno il dovere di sbagliare

Mu, la città perduta, Hugo Pratt

Certo che questo dà da pensare. Magari ho toppato in pieno, magari l’avevano capita gli altri ed io ho solo sognato un mondo migliore. O forse mi interessano più i fatti e le parole delle persone.

Fatto sta che l’affaire Debora ingrossa, e la vicinanza cronologica dell’assemblea dei coordinatori con la famigerata serie di interviste di Maltese “ai giovani del PD” ha dato nuova linfa al dibattito sui “giovani del PD”, tutta gente con 5-15 anni più di me. In particolare si sono dette cose interessanti qui, qui e indirettamente qui.

Tutto questo mi ha fatto scombussolato un po’. Sono entrato “nel partito” a 18 anni, quando i “quarantenni” erano “trentenni” e i “cinquantenni” “quarantenni” (circa) e già allora rompevano con la storia del ricambio (loro).

Dopodiché ho passato i successivi 7-8 anni a fare politica “generazionale”, cioè sollevando temi che, credo(iamo) pertengono alla mia(nostra) generazione. Per poterlo fare in libertà, a livello locale ho dovuto lottare con quelle medesime “generazioni” che insistevano sul ricambio e con gli sfaceli da loro prodotti. E oggi quelli vengono chiamati “i giovani del PD” (e tre).

Ma allora cos’è la gioventù?

Giovedì 26 Marzo 2009

Il tiro al piccione (con cinemorale)

Uno dei sottotemi della rovente polemica innescata dal Terremoto dal Friuli è quello del Tiro al Piccione, ovvero dell’Assalto alla dirigenza. (Vedansi link per una più completa comprensione del testo).

friuli

In particolare, nel dibattito “under qualcosa”, non sono mancati, oltre agli ubiqui ed infastidi richiami a Moretti, i riferimenti alle vicende della Sinistra Giovanile, in particolare alle sue lotte interne ed ai suoi congressi.

Ora, al questione di fondo che pare emergere è la seguente. Perché mai va tanto di moda, da dieci anni o più a questa parte, l’assalto alla dirigenza (dell’Ulivo, dei DS, del PD) e, soprattutto, perché questo tiro al piccione è un numero di tale successo da raccogliere standing ovations ad ogni sua replica? E qual’è il parallelo con analoghi attacchi subiti negli ultimi anni dai dirigenti dell’organizzazione giovanile sopra citata?

Non ho una risposta completa, né quella più ovvia e scontata (l’attacco si ripete perché questi dirigenti sono incapaci) mi convince, altrimenti non si spiegherebbe la vittoria del 2006 né la carrellata di successi intermedi dopo il 2001. Il paragone fra “grandi” e giovanile, peerò, mi suggerisce una possibile chiave di lettura.

La mia esperienza diretta, circoscritta essenzialmente a Roma e al Lazio, con puntate nazionali, mi racconta essenzialmente di dirigenti “bravi”, cioè, aldilà di limiti e critiche, dotati di due caratteristiche: aver realizzato un lavoro progressivo (cioè le cose vanno sempre – più o meno – meglio anche se lungi dalla perfezione) ed essere circondati da una robusta schiera di quadri, partecipi delle decisioni e dell’organizzazione, capaci quindi di mediare le critiche provenienti dalla base nel corso dell’anno come poi di far quadrato intorno alla dirigenza nei momenti critici.

Risultato? Risultato che gli attacchi pretestuosi sono stati regolarmente stroncati sul nascere, mentre le critiche fondate hanno prodotto talvolta delle modifiche abbastanza rapide alla linea. Talvolta no (mea culpa, etc.), ma hanno comunque influenzato il percorso dell’organizzazione sul lungo periodo.

Del Partito si può dir lo stesso?

Morale: sì, gli indiani possono anche sorprendere la dirigenza fra le mesas del Rio Grande, ma se hai Ringo (J. Wayne)  a bordo e dei cavalli freschi, arrivi quasi intero a Lordsburg, se sei solo e coi cavalli spompati, è inutile che aspetti la cavalleria.

Martedì 24 Marzo 2009

Tirare le somme su Deborah ovvero base per altezza

Tirare le somme su Debora non è un invito alla violenza sulle donne, ma una riflessione sul piccolo terremoto dal Friuli, che di terremoto si tratta se da due giorni non parliamo d’altro.

Innanzitutto vorrei dire che io disprezzo e aborro gli applausi dati per qualunquismo, non quelli ricevuti. Riceverne è un incidente di percorso in cui può incappare chiunque, non necessariamente l’essenza del discorso. Battere le mani, invece…

Poiché sono uscito dall’ascolto del discorso dell’ormai famosa Debora Serracchiani con un’impressione diametralmente opposta a quella di molti, pur partendo dalle stesse premesse politiche e dalla stessa ben consolidata base di idee sul tema “rinnovamento” (e mi ha stupido sentire critiche da chi, ero convinto, avrebbe dovuto condividere), credo sia il caso di mettere a fuoco alcuni punti. Sarò lungo ma analitico.

1)Veltroni e la leadership. Credo che il “lasciamo Veltroni da parte” vada letto al contrario (o almeno questa è stata la mia naturale interpretazione), cioè che lei intendesse che il problema non è Walter in persona, ma il suo metodo e che se esso gli sopravvive siamo daccapo. La sua stessa descrizione del lavoro quotidiano dell’Organizzazione a Udine ne è la prova: abbiamo aperto 7 circoli- cioè una densità tripla rispetto al 3° municipio di Roma -; abbiamo deciso; etc. In parole povere, ha rivendicato di aver fatto politica, lontano da e nonostante il vertice. E quanto al “…è mancata la leadership come mezzo di una politica di sintesi” credo abbia proprio colto il punto. Berlusconi non sintetizza, impone. Veltroni non ha sintetizzato, ha maancheggiato, che ai miei tempi si chiamava cerchiobottismo. A noi è mancato proprio qualcuno che assumesse il ruolo di sovrintendente al passaggio pluralismo-linea condivisa.

2)Il rinovamento. Se non ricordo male, lo ha detto esplicitamente, quasi volesse ripetere ciò che spesso ho sentito dire a FanGiorgio, che il rinnovamento non è questione di svecchiamento anagrafico, ma di lotta politica. Sarò old-style, ma il metodo da lei implicitamente proposto ed orgogliosamente rivendicato, cioè strutturare l’organizzazione sul territorio ed essere prossimi ai fatti, mi piace assai.

3)La base. La “compagna Debora” non è “la base”. È come minimo un quadro, dato che è il segretario del partito in un capoluogo di Provincia, Udine/Udìn/Widem.

4.1)La contestazione. Embè? Calma ragazzi. Anche se i nostri paiono talvolta dimenticarlo, qualunque dirigente sindacale sa che confrontarsi con la base e tanto più coi quadri è necessario ma rischioso. Come niente si alza uno e ti dice in faccia tutte le idiozie che hai fatto (dal testamento biologico all’incapacità di gestire una linea politica). E allora? Non è un dramma, né una tragedia né è necessario andare a cercare sempre e comunque i secondi fini e i cui prodest. Anzi, a volte penso sarebbe meglio riflettere sul contenuto delle critiche che cercare di smontare la coerenza retorica del discorso.

4.2)La contestazione. Moretti. Secondo voi sono la stessa cosa, gli urlacci di un regista “campione della società civile” e le critiche circostanziate che un segretario comunale rivolge al gruppo dirigente nazionale in un assemblea convocato in ambito statutario? Sarò un fanatico dell’organizzazione, ma non credo proprio.

4.3)La contestazione. Il Merito. si vedano punti 1, 2 e 4.1 e ci si aggiungano il siluro ai TeoDem, la non tanta velata speranza che la Binetti levi le tende, le bordate contro l’Idv, la pretesa che noi si faccia politica in un altro modo, più collettivo e meno personalistico. Che ve devo dì de più.

5)L’oratoria. Era quella che era, chissene.

6)Gli applausi. Ha detto quello che molti di noi andavano dicendo da mesi e lo ha detto in faccia al gruppo dirigente. L’hanno applaudita. Un sacco di gente ha ripubblicato il suo discorso. Non mi sembra motivo di scandalo, anche se sappiamo benissimo che alcuni l’hanno fatto in buona fede ed altri in mala fede.

7)La diffidenza. A Roma ci siamo scottati parecchio, coi “bei discorsi”. Ma non è una buona ragione per fare il processo alle intenzioni a chiunque ne faccia uno. Anzi, adesso abbiamo la doppia sfida di: tirarla fra i nostri; dimostrare che c’è della sostanza dietro le chiacchere e il distintivo.

Lunedì 2 Marzo 2009

Giorno uno (il raggio verde)

Mi sporgo un poco alzandomi sulle punte, gli occhiali di protezione pencolanti sul naso, e lo vedo. Eccolo, il raggio verde, che dopo molti rimbalzi arriva finalemente sulla provetta.

Sono arrivato “su” con un autobus che si è arrampicato sulle colline fino all’altipiano inzeppato di bambini in gita, diretti chissà dove, forse all’osservatorio. I diplodochi mangiavano sequoie, dicono. D’intorno, terra addormentata, arancione e gialla. Macchie di sempreverdi. Sullo sfondo le orribili torri in cemento dell’ospedale e, oltre, il mare.

Entro come “ospite” ed esco come “stagista/laureando”. Ho un badge, un account lan, avrò una tessera mensa. Esco presto. Calma. Silenzio. Vado a cercar casa.

A Trieste :ci sono pochi ascensori e molte scale; i negozi chiudono per pranzo e restano aperti solo i Bar; c’è un fruttarolo siciliano che parla giuliano-siculo; ci sono Bar che odorano di Bar-latteria (per i nati dopo l’85: potete capirmi solo se siete stati da Vezio); gli autobus hanno un orario; ceni al ristorante con 10 euro (mica ovunque, eh); in mezzo a due piani ce ne mettono un terzo; c’è gente che parla in Veneto e scrive in Sloveno (e viceversa). A Trieste c’è odore di mare, poi si vedrà.

Domenica 1 Marzo 2009

Numero Zero (viaggiando sotto le nuvole)

Giorno di nuvole e nebbia, in Italia, oggi.

Si parte. Piane, colline, detriti, casolari abbandonati, case, un fiume costeggia i binari, ci si infila sotto risalendo a monte poi ancora verso valle. Firenze è nel cortile di casa. Scaricare turisti, caricare turisti, pausa.

Via, verso Bologna, inerpicandosi per valli appenniniche imbiancate dalle nubi basse. Mangiare panini passando per valli brumose tenacemente abitate. Poi subito giù a Bologna Centrale: binari binari binari, un brivido. Arriva Ferrara. Si annuncià il piatto Polesine. Ponte Lagoscuro è una pietra miliare: si approssima il Po. Lo passiamo sferragliando sul ponte ferroviario mentre il ferroviere conferma l’orario. Ci siamo: oltrepò il Piatto Polesine ci accoglie.

Veneto: pianura, campi ancora addormentati, pianura, case, fabbriche, pianura, perfiferie, Padova (scendono studenti), Mestre.

Cambio. Freddo. Breve attesa. ragazza Punk. Ragazzo che chiede soldi. Sul Regionale per Trieste accanto ad un vecchino che scende a Quarto D’Altino.

Friuli. Le case si rarefanno, colori giallo autunno. Stazioni primo Novecento. Cervignano-Aquileia-Grado: gabinetti. Monfalcone è ciminiere, cantieri, case operaie. Il mare appare più tardi, d’improvviso, in fondo a un dirupo. Si confonde all’orrizonte col cielo. stessa sfumatura grigio-azzurra. Il castello di Miramareavvisa dell’arrivo.

Spunta Trieste (termine del viaggio, dice l’altoparlante), ultima stazione d’Italia. Tra poco il faro spazzerà l’orizzonte.

B&B. Quarto piano senza ascensore! Telefonate inutili e frustranti in cerca di una casa. Esco. Pioviccica. L’ombrello è quattro piani sopra di me. Su, giù. Una zaffata d’aria di mare mi rianima. Cena nell’unico locale che conosco. Roma-Roma-Roma-Inter… Giretto per prendere le misure. Città deserta. Odore di Mare. Piazza dell’Unità sarà mai più così bella? Casa-doccia-post-nanna.

Martedì 24 Febbraio 2009

Altrove

Da lunedì per qualche mese mi troverete qui

elettra

che poi sarebbe qua

triestecioè qua

mediterraneo

etc.

Domenica 22 Febbraio 2009

Con un gemito

Siamo in fondo. O usciamo dal cuore di tenebra, o ci resta solo l’orrore! l’orrore!

Mistah Kurtz—he dead.

      A penny for the Old Guy

      I

We are the hollow men
We are the stuffed men
Leaning together
Headpiece filled with straw. Alas!
Our dried voices, when
We whisper together
Are quiet and meaningless
As wind in dry grass
Or rats’ feet over broken glass
In our dry cellar

Shape without form, shade without colour,
Paralysed force, gesture without motion;

Those who have crossed
With direct eyes, to death’s other Kingdom
Remember us—if at all—not as lost
Violent souls, but only
As the hollow men
The stuffed men.
…

This is the way the world ends
Not with a bang but a whimper.

Sapete, io e lui ci stiamo buttando sulla poesia per tirare avanti.

Speriamo invece che le cure politiche distolgano Franceschini dallo scrivere altri romanzi, che ci è già bastato Il fu Walter Pascal.


Sabato 21 Febbraio 2009

La nuova politica

Da Repubblica.it

11:40 Per l’applausometro in vantaggio l’ipotesi Franceschini

oppure

Ma, come in una favola, è divertente immaginare il volto sconosciuto di questo ragazzino accanto alla voce “un nome nuovo” che nel sondaggio di Repubblica. it sbaraglia tutti gli aspiranti leader. (Di Goffredo De Marchis)

Giovedì 19 Febbraio 2009

Illuminazioni notturne al chiaro di luna

Ho capito: Walterloo ci ha lasciati col cerino in mano.

Cundari, suo malgrado, è un maitre à penser.