Tirare le somme su Debora non è un invito alla violenza sulle donne, ma una riflessione sul piccolo terremoto dal Friuli, che di terremoto si tratta se da due giorni non parliamo d’altro.
Innanzitutto vorrei dire che io disprezzo e aborro gli applausi dati per qualunquismo, non quelli ricevuti. Riceverne è un incidente di percorso in cui può incappare chiunque, non necessariamente l’essenza del discorso. Battere le mani, invece…
Poiché sono uscito dall’ascolto del discorso dell’ormai famosa Debora Serracchiani con un’impressione diametralmente opposta a quella di molti, pur partendo dalle stesse premesse politiche e dalla stessa ben consolidata base di idee sul tema “rinnovamento” (e mi ha stupido sentire critiche da chi, ero convinto, avrebbe dovuto condividere), credo sia il caso di mettere a fuoco alcuni punti. Sarò lungo ma analitico.
1)Veltroni e la leadership. Credo che il “lasciamo Veltroni da parte” vada letto al contrario (o almeno questa è stata la mia naturale interpretazione), cioè che lei intendesse che il problema non è Walter in persona, ma il suo metodo e che se esso gli sopravvive siamo daccapo. La sua stessa descrizione del lavoro quotidiano dell’Organizzazione a Udine ne è la prova: abbiamo aperto 7 circoli- cioè una densità tripla rispetto al 3° municipio di Roma -; abbiamo deciso; etc. In parole povere, ha rivendicato di aver fatto politica, lontano da e nonostante il vertice. E quanto al “…è mancata la leadership come mezzo di una politica di sintesi” credo abbia proprio colto il punto. Berlusconi non sintetizza, impone. Veltroni non ha sintetizzato, ha maancheggiato, che ai miei tempi si chiamava cerchiobottismo. A noi è mancato proprio qualcuno che assumesse il ruolo di sovrintendente al passaggio pluralismo-linea condivisa.
2)Il rinovamento. Se non ricordo male, lo ha detto esplicitamente, quasi volesse ripetere ciò che spesso ho sentito dire a FanGiorgio, che il rinnovamento non è questione di svecchiamento anagrafico, ma di lotta politica. Sarò old-style, ma il metodo da lei implicitamente proposto ed orgogliosamente rivendicato, cioè strutturare l’organizzazione sul territorio ed essere prossimi ai fatti, mi piace assai.
3)La base. La “compagna Debora” non è “la base”. È come minimo un quadro, dato che è il segretario del partito in un capoluogo di Provincia, Udine/Udìn/Widem.
4.1)La contestazione. Embè? Calma ragazzi. Anche se i nostri paiono talvolta dimenticarlo, qualunque dirigente sindacale sa che confrontarsi con la base e tanto più coi quadri è necessario ma rischioso. Come niente si alza uno e ti dice in faccia tutte le idiozie che hai fatto (dal testamento biologico all’incapacità di gestire una linea politica). E allora? Non è un dramma, né una tragedia né è necessario andare a cercare sempre e comunque i secondi fini e i cui prodest. Anzi, a volte penso sarebbe meglio riflettere sul contenuto delle critiche che cercare di smontare la coerenza retorica del discorso.
4.2)La contestazione. Moretti. Secondo voi sono la stessa cosa, gli urlacci di un regista “campione della società civile” e le critiche circostanziate che un segretario comunale rivolge al gruppo dirigente nazionale in un assemblea convocato in ambito statutario? Sarò un fanatico dell’organizzazione, ma non credo proprio.
4.3)La contestazione. Il Merito. si vedano punti 1, 2 e 4.1 e ci si aggiungano il siluro ai TeoDem, la non tanta velata speranza che la Binetti levi le tende, le bordate contro l’Idv, la pretesa che noi si faccia politica in un altro modo, più collettivo e meno personalistico. Che ve devo dì de più.
5)L’oratoria. Era quella che era, chissene.
6)Gli applausi. Ha detto quello che molti di noi andavano dicendo da mesi e lo ha detto in faccia al gruppo dirigente. L’hanno applaudita. Un sacco di gente ha ripubblicato il suo discorso. Non mi sembra motivo di scandalo, anche se sappiamo benissimo che alcuni l’hanno fatto in buona fede ed altri in mala fede.
7)La diffidenza. A Roma ci siamo scottati parecchio, coi “bei discorsi”. Ma non è una buona ragione per fare il processo alle intenzioni a chiunque ne faccia uno. Anzi, adesso abbiamo la doppia sfida di: tirarla fra i nostri; dimostrare che c’è della sostanza dietro le chiacchere e il distintivo.