Giovedì 26 Marzo 2009...15:01

Il tiro al piccione (con cinemorale)

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Uno dei sottotemi della rovente polemica innescata dal Terremoto dal Friuli è quello del Tiro al Piccione, ovvero dell’Assalto alla dirigenza. (Vedansi link per una più completa comprensione del testo).

friuli

In particolare, nel dibattito “under qualcosa”, non sono mancati, oltre agli ubiqui ed infastidi richiami a Moretti, i riferimenti alle vicende della Sinistra Giovanile, in particolare alle sue lotte interne ed ai suoi congressi.

Ora, al questione di fondo che pare emergere è la seguente. Perché mai va tanto di moda, da dieci anni o più a questa parte, l’assalto alla dirigenza (dell’Ulivo, dei DS, del PD) e, soprattutto, perché questo tiro al piccione è un numero di tale successo da raccogliere standing ovations ad ogni sua replica? E qual’è il parallelo con analoghi attacchi subiti negli ultimi anni dai dirigenti dell’organizzazione giovanile sopra citata?

Non ho una risposta completa, né quella più ovvia e scontata (l’attacco si ripete perché questi dirigenti sono incapaci) mi convince, altrimenti non si spiegherebbe la vittoria del 2006 né la carrellata di successi intermedi dopo il 2001. Il paragone fra “grandi” e giovanile, peerò, mi suggerisce una possibile chiave di lettura.

La mia esperienza diretta, circoscritta essenzialmente a Roma e al Lazio, con puntate nazionali, mi racconta essenzialmente di dirigenti “bravi”, cioè, aldilà di limiti e critiche, dotati di due caratteristiche: aver realizzato un lavoro progressivo (cioè le cose vanno sempre – più o meno – meglio anche se lungi dalla perfezione) ed essere circondati da una robusta schiera di quadri, partecipi delle decisioni e dell’organizzazione, capaci quindi di mediare le critiche provenienti dalla base nel corso dell’anno come poi di far quadrato intorno alla dirigenza nei momenti critici.

Risultato? Risultato che gli attacchi pretestuosi sono stati regolarmente stroncati sul nascere, mentre le critiche fondate hanno prodotto talvolta delle modifiche abbastanza rapide alla linea. Talvolta no (mea culpa, etc.), ma hanno comunque influenzato il percorso dell’organizzazione sul lungo periodo.

Del Partito si può dir lo stesso?

Morale: sì, gli indiani possono anche sorprendere la dirigenza fra le mesas del Rio Grande, ma se hai Ringo (J. Wayne)  a bordo e dei cavalli freschi, arrivi quasi intero a Lordsburg, se sei solo e coi cavalli spompati, è inutile che aspetti la cavalleria.

2 Commenti

  • Quindi non mi ero del tutto rimbambito. Solo un appunto alla questione della vittoria 2006 e alla carrellata di successi intermedi: non mi pare ci fosse una visione collettiva dietro. Piuttosto un collage di eventi.

  • bel post. mi convince.
    ci ricorda che un partito non è solamente un gruppo dirigente nazionale, ma anche un insieme di quadri più o meno territoriali, e che la responsabilità è prima di tutto dei dirigenti ma in seconda battuta sempre collettiva.
    secondo me è tutto meno che casuale il fatto che in questi anni mai si sono considerate le responsabilità accumulate dalle dirigenze locali. sono state considerate mere appendici, spesso mitizzate in una finta contrapposizione con la dirigenza nazionale. il territorio virtuoso contro il nazionale (che al nord è diventato, anche nel nostro partito, un inno contro “Roma ladrona”). la democrazia della base contro l’oligarchia dei vertici.
    solo uscendo da questa contrapposizione forse capiremo che il punto è riacquisire una missione collettiva, e su questo riprendere a riaggregare e avere una “base”.


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